giovedì 10 gennaio 2013

L'incontro



La mattina seguente mi svegliai con un vago senso di colpa per aver desiderato così intensamente quel ragazzino, nonostante in realtà fosse stato proprio Paolo a spingermi a farlo. Non so ancora se faceva parte del suo gioco o realmente si eccitava ad immaginarmi con un altro o peggio ancora il suo obiettivo era solo quello di portarsi a letto la ragazzina per ripicca, fatto sta sentivo il bisogno di essere punita per i miei desideri, reali o indotti che fossero e subito dopo il buongiorno gli chiesi, docile e sottomessa, di essere sculacciata. Ero ormai assuefatta al gusto sottile e perverso di quella pratica, perchè abbinavo quel leggero dolore fisico alla forte umiliazione che provavo. Tanti anni fa era stato Paolo ad impormi quel trattamento, cercando per la punizione scuse sempre meno credibili. Ma presto scoprii il gusto perverso di essere io stessa a chiedere, magari a implorare, di subire quella umiliazione.
Quella mattina però le meritavo sul serio e lo avevo ringraziato più volte  per questo.
Quando ebbe finito ero rimasta nella stessa posizione  sul letto, con le natiche di un rosso acceso e le labbra della fica schiuse che mostravano la mia eccitazione. L'orifizio anale palpitava leggermente, quasi a richiamare attenzioni.
Paolo prese dalla nostra borsa dei giochi cinque palline nere, tenute insieme da una cordicella.
Le nostre palline anali. Lui a volte mi chiedeva di indossarle la mattina, prima di uscire di casa, e tenerle durante tutte la giornata. E io incontravo gente, parlavo, camminavo, mi sedevo, facevo finta di nulla, mentre le palline si muovevano nel mio retto, donandomi quelle strane piacevoli sensazioni interne e soprattutto portandomi costantemente verso pensieri erotici. Quando era di buon umore mi permetteva di portarmi dietro un paio di mutandine di riserva, da indossare quando le altre sarebbero state fradicie di umori.
Lui mi chiamava al telefono, la sera, per farsi raccontare la mia giornata con le palline nel culo. Poi rimaneva in linea, mentre me le toglievo, ascoltando tutti i particolari dell'operazione. Infine, sempre per telefono, mi ordinava con la voce di dare sfogo alla mia eccitazione.
Queste palline nere per dimensioni sono del tutto paragonabili ad un cazzo notevole. Un grosso cazzo nero. Un cazzo abbastanza lungo da darmi l'impressione di arrivarmi fino in gola. Immaginai di essere costretta ad indossarle quando avrei incontrato il ragazzino. Sarebbe stato impossibile mostrare indifferenza. Avrei avuto un lago tra le cosce per tutto il tempo. Una situazione imbarazzante e umiliante, ma anche terribilmente eccitante.
"Dai, provale" mi disse porgendomi un tubetto di crema lubrificante.
"Vuoi mettermele tu?" chiesi inarcando la schiena e offrendomi.
"No. Fai da sola. Voglio guardarti mentre lo fai. Eventualmente ti aiuterò a toglierle".
Alle nove in punto ero pronta con le palline nel culo e sentimmo i rumori della porta. Dovetti vestirmi e scendemmo ad accogliere finalmente i nostri coinquilini. Non erano soli, vennero accompagnati dalle due cugine di Marzia ma non ci feci troppo caso, con il culo in fiamme riuscii a vedere solo lui, la causa di questa punizione, Francesco.
Era ancora più bello di come lo ricordavo. Portava una semplicissima tuta da ginnastica, che tutto faceva tranne che nascondere le sue forme anteriori. Non faceva caldo eppure per prima cosa mentre la sua ragazza e le cugine si presentarono a Paolo si tolse le scarpe e rimase scalzo, mi colpì questo particolare forse perchè Paolo mi aveva insegnata ad adorare il piede maschile e ora anche di questo non potevo più fare a meno. La vista di un semplice piede nudo per colpa delle palline mi suscitarano immagini di me in ginocchio su quel pavimento a leccarglieli, per fortuna mi trattenni.
Ci salutammo con calore e cordialità. Era un piccolo appartamento in una zona non di lusso, ma di buon livello. Ci accomodammo nell'ampia stanza che ci avrebbe fatto da soggiorno e iniziammo l’organizzazione della casa e del lavoro che ci aspettava da portare a termine, vero motivo per cui eravamo costretti là. Caterina e Chiara, le due cugine si sarebbero fermate per pranzo, ma Paolo le invitò ad occupare una delle tante stanze che avevamo a disposizione, sarebbero state di aiuto alla nostra missione disse ma i suoi occhi brillavano di desideri di tutt’altra natura. Il diario dello zio, le tre chiavi da trovare, ormai erano fuori dai nostri pensieri, sostituiti da ben altre fantasie.

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