Quando Paolo mi tolse la benda la prima cosa che vidi fu il suo cazzo
enorme. Ero ancora inginocchiata ed ammanettata, e lui era in piedi davanti a
me. Mossi istintivamente la testa avanti per prenderlo in bocca.
Lui però mi trattenne, spingendomi per la fronte.
"Aspetta, ingorda che sei. Ti tolgo anche le manette."
Fatto si sistemò sul letto e allargò le gambe offrendomi la vista invitante
di tutta la sua dotazione virile.
"Vieni. Vieni a succhiarmelo."
Mi sistemai in ginocchio sul letto tra le sue gambe e mi chinai in avanti.
Paolo portò le mani dietro la nuca, e chiuse gli occhi. "Datti da
fare...", aggiunse come se ce ne fosse bisogno.
Amavo quel cazzo da più di dieci anni ormai. E quasi da subito si era
instaurato tra noi quel rapporto particolare che era però cresciuto col tempo,
il piacere di interpretare un ruolo non era fine a se stesso, ma legato al
desiderio di entrambi di compiacere l'altro. La sottomissione era completata
dalla dolcezza, e la dolcezza dalla sottomissione. Ogni momento di questo gioco
che durava da anni aveva mille significati e mille sfumature, fino a scatenare
così gli istinti più profondi. Dopo il matrimonio però non era più successo di
giocare con questa intensità, era la prima volta e forse il racconto di un
ragazzo giovane che mi aveva messo gli occhi addosso e con cui saremmo andati a
convivere aveva riacceso in Paolo nuove fantasie di posesso, tornavo finalmente
ad essere la sua schiava devota ed adorante, lui (e il suo cazzo) i miei
signori e padroni. Li servivo con impegno e passione, manifestando in ogni modo
la mia sottomissione. Lui mi ripagava, servendosi con strafottenza di tutti i
buchi disponibili, che gli offrivo con gioia. Non c'era spazio per dubbi sul
fatto che avrei desiderato solo lui.
Lo toccai e lo carezzai a lungo, scoprendo e ricoprendo la punta, e
osservando ogni dettaglio. La sensazione di tenerlo in mano, stringerlo,
sentirlo così caldo, grosso e duro, mi piaceva molto, così come guardarlo da
vicino, a pochi centimetri, sembrava ancora più grosso. Guardai la cappella, e
sentii la voce roca di Paolo "Prendimi in bocca, cosa aspetti?"
Mi chinai con il viso e con dolcezza ubbidii. Con la bocca piena di quel
grosso cazzo tentai di rispondere "Sono la tua schiava... ti adoro... sono
qui per darti piacere con tutta me stessa..." E lui a sua volta si
induriva ancora di più accettando tanta adorazione.
Ormai sentivo di avere disperatamente bisogno di essere scopata dal cazzo
che più di ogni altro desideravo, il più adatto a riempirmi e farmi godere. Lo
sentivo sugli occhi, sotto il naso, tra le mani, tra le labbra, sulla lingua,
sul palato e iniziai a fare su e giu, nel silenzio solo il rumore del mio
risucchio osceno riempiva la stanza.
Con gli occhi cercai i suoi per fargli capire quanto fossi bagnata, ma Paolo
li aveva chiusi sorridendo beato. Con un sospiro cambiai posizione, mettendomi
di fianco stringendo le cosce. Ripresi a succhiarlo e leccarlo.
Dopo essermi consumata le labbra e la lingua su quel cazzo di marmo, Paolo
mi fermò. Mi baciò teneramente, mi accarezzò il seno, con la massima calma.
"Vuoi essere scopata?"
"Sììì... sììì... !" quasi urlai.
"Allora chiedimelo. Implorami."
"Ti prego... scopami..."
"Chiedimelo in modo più porco."
Mi sembrava di impazzire.
"Dammi il cazzo... voglio il tuo cazzo nella fica... aprimi..."
"Ancora più porco."
Stavo urlando.
"Sbattimelo in fica... fottimi come una cagna... ho voglia del tuo
cazzo... sto impazzendo..."
"Così va bene. Continua."
"Guarda che bella fica che ho... sono qui solo per te... con tutto il
mio corpo... La mia fica vuole il tuo cazzo da gustare, da far godere”...

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